Collana Amnesie

No, non sono scomparsa.
Dovevo pensare, e dare forma ad un sogno.

Dopo diversi mesi e lunghe riflessioni sugli avvenimenti intercorsi in questi anni, ho deciso. Ho deciso di dare un senso alle innumerevoli immagini raccolte.
La mietitura si fa spesso in compagnia, ma in modo del tutto personale poi si sceglie se mettere questi sacchi nel cassetto dei ricordi oppure, più coraggiosamente, condividerli con altri.
Non c’è in questo nessuna volontà narcisistica, piuttosto la necessità impellente di raccontare, di raccontarsi ad un pubblico che abbia voglia di ascoltare una storia, una delle tante che possiamo incontrare sul nostro cammino.

“Amnesie” nasce dalla volontà di raccogliere in una serie di pubblicazioni le esperienze vissute in compagnia dell’apparecchio fotografico.

La necessità di rappresentare la realtà nelle sue innumerevoli forme, anche quelle che ci appaiono ormai irriconoscibili fa da sfondo ad un’idea nata, per caso, nell’estate del 2013, quando decisi di ordinare le centinaia di fotografie scattate negli anni precedenti.Molte delle immagini non avevano data, avevo forse dimenticato di trascriverla. Pur ricercando nella memoria non ero in grado di ricostruire il momento esatto in cui le avevo scattate. Ricordavo però le sensazioni, il perchè di quelle scelte.

Il caso mi costrinse dunque ad una riflessione sulla memoria dei luoghi.

Alcuni di questi avevano visto la propria fine in modo del tutto naturale, forzati dal cambiamento nelle abitudini sociali, altri avevano perduto la loro funzione primaria per ragioni assai più complesse, delle quali risulta difficile ancora oggi stabilire l’origine. Nessuno di questi, seppur molto diversi tra loro, aveva però perduto la propria identità, mantenendola inalterata in un carattere di atemporalità.

Mi convinsi che quelle immagini, in qualche modo, avrebbero restituito a ciascun luogo la propria dignità e che il tentativo di raccontare quelle storie avrebbe per un attimo fatto rivivere i personaggi che le avevano animate, in un altro tempo.L’intenzione non sarebbe stata pertanto quella di un racconto oleografico, ma al contrario, quella di una narrazione chiara e vivida, in grado di riportare in luce quelle zone in ombra della memoria personale e, in taluni casi, collettiva.

Bianco e nero, macchina analogica, né colore, né digitale.
Non solo una passione evidentemente, ma una scelta metodica, determinata dalla consapevolezza che per quanto il mondo si presenti a noi nella sua vasta gamma di tonalità, ciò che rimane sopito e riappare a tratti dalla memoria è costituito da pochi frammenti, sostanziali. L’assenza del colore amplifica questa ricerca dei fondamenti puntando direttamente all’essenziale, esattamente come, già per suo proprio conto fa, il ricordo.

Amnesie, dunque, per non dimenticare, per raccontare, riflettere e osservare .
Amnesie, dunque, per provocare.

“Parigi errante” rappresenta il primo testo della collana.”

Il libro è disponibile in tre formati a seconda del dispositivo utilizzato:
1. pdf per pc e tablet leggibile con un qualsiasi lettore ebook
2. ibook compatibile con sistemi iOS (necessario scaricare ibook da Apple store)
3. formato cartaceo per chi proprio non sopporta il formato elettronico.

L’ultimo scalpellino

Arriviamo a Rotonda in una calda mattina di luglio. Nonostante l’altitudine il sole si fa sentire.

Percorriamo silenziosamente le vie irte che portano ai ruderi in cima al paese. Come ogni giorno lascio F. nel luogo da lui scelto per il suo lavoro e, in solitudine,  mi avvio verso il centro del paese.

Non c’è nessuno. Poche persone sulla piazza principale si riparano all’ombra degli alberi. Le osservo, loro osservano me. Sono incuriositi, non tutti i giorni si vede qualcuno che si aggira con cavalletto e macchina fotografica. Non tutti i giorni accade qualcosa di cui parlare. Non tutti i giorni qualcuno va alla ricerca dell’anima.

Mi perdo piacevolmente per le vie strette e ripide, scrutando ogni angolo, ogni colore, ogni finitura, le immagini si imprimono nella mente. Appena prima della curva che dà inizio alla salita che porta alla torre, scorgo una mano su un muro, il paese è costellato di piccole sculture incastonate nella pietra. Segnano la via, quella che porta alla croce, situata sulla rocca. Ce ne sono molte sul Pollino. Pensierosa, mi fermo ad osservare, mi chiedo chi possa averle realizzate. Nel silenzio sento aprirsi una porta, la figura che ne esce mi guarda, mi sorride e si avvicina, timidamente. La luce è abbagliante già alle prime ore del mattino, strizzo gli occhi per vedere di chi si tratti.

“Buongiorno”

“Buongiorno”

“Le piace quella mano?”

“Si, molto”

“Sono felice, l’ho fatta io, come molte altre sculture nel paese”

Giuseppe Di Consoli, l’ultimo scalpellino di Rotonda.

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Mi racconta la sua storia, della sua grande passione per la scultura. Fin da piccolo Giuseppe si esercita in questa attività per poi diventare una personalità nel proprio paese. Con grande tecnica e amore realizza a mano tutte le fontane del paese e quelle mani, che indicano la strada per raggiungere il punto panoramico. Non solo. Partecipa a concorsi di vario tipo, il suo talento lo mette in stretto contatto con il mondo artistico. Giuseppe è una persona semplice, il suo racconto è permeato dalla modestia di chi sa di avere un dono.

Mi dice “L’arte è una malattia, non si sa chi e quando colpirà”. Ha ragione, e lui è certamente uno degli “ammalati”.

Nelle sue parole una passione viva, necessaria, senza fine, anche adesso che forzosamente è costretto per mancanza di fondi ad abbandonare la sua attività. Vittima del progresso tecnologico, della plasticizzazione del materiale in ogni sua forma, anche lui come tanti altri è stato messo in disparte. Mi racconta di quella fucina di attività che una volta era Rotonda, legata alla lavorazione della pietra calcarea. Nel territorio circostante c’erano delle cave dalle quali si potevano estrarre fino a quindici differenti tipologie di calcare.

Tutto qui parla di una sapienza costruttiva, il più delle volte anche di alto livello.

Lo ascolto attentamente, osservo le sue mani, forti. Lo immagino al lavoro. E’ stanco, provato, ma dice che continuerà. Sì, continuerà per sè stesso, per ciò che lui ama.

Vorrei rimanere ancora a parlare con lui. Il congedo è sereno, come è arrivato, se ne va.

Lo guardo allontanarsi, la sua mano si alza in segno di saluto.

Un’ultimo scatto, uno solo, per fermare il tempo e la sua immagine.

Tarende

« E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano. »

(Quinto Orazio Flacco – A Settimio – Odi, II, 6, 10).

Taranto, in italiano corrente. Tarende in dialettino tarantino. Taranto magica, tradizionale, misteriosa. Taranto religiosa.

Alla sera la vecchia città mostra il suo lato più oscuro. Le rovine sono ancora più visibili, si caricano di drammaticità. Per usare un riferimento letterario, le strette vie che portano al Duomo di San Cataldo si animano di “personaggi in cerca d’autore”. Nessuno come loro conosce la città, nessuno come loro sa come nascondersi in quei pertugi irraggiungibili ai più. L’abbandono lascia spazio ad una vitalità fatta di eccessi e strani baratti. Un gruppo di uomini parla una lingua incomprensibile, neanche i locali si addentrano nei budelli.

E’ un’altro luogo, diverso dalla nuova Taranto, fatta di bei palazzi e grandi viali. E’ la vera Taranto, quella dei pescatori, lasciata a sè stessa. Sulle vie principali, i ragazzini giocano a calcio, ricordando la familiarità di un tempo lontano. In una bottega, un magazzino forse, le luci sono accese. Tante piccole miniature, sono appoggiate su tavoli improvvisati. Capisco che il loro ordine racconta la processione del Venerdì Santo, un vero evento per i tarantini, estremamente sentito. Mi raccontano che durante la processione, le figure della sacra rappresentazione procedono con una lentezza esasperante, ripetitiva e ritmata come in una litania, determinata dal fatto che ci si muove facendo un passo avanti e due all’indietro. Questo modo di avanzare, oscillante, conferisce un senso di gravità, ricorda il sacrificio supremo e viene chiamato dai tarantini “nazzicare”.

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Non è difficile immaginarne la solennità.

Già anni fa mi capitò di assistere all’accensione dei falò di San Giuseppe. A perdita d’occhio, all’orizzonte, il 19 di Marzo di ogni anno si accendono delle pire, alte, che bruciano tutta la notte, accompagnandosi alle Taulé, allegre tavolate dal significato simbolico e rituale allestite nelle case e nelle piazze dei comuni del tarantino, del brindisino e del leccese. E’ uno spettacolo suggestivo e denso di significato, anche per chi viene da lontano.

Come molti altri paesi del sud, la Puglia è intrisa di queste tradizioni la cui origine si perde nella notte dei tempi, e delle quali lo sparuto straniero può comprendere forse molto poco.

Ognuno di noi osserva i luoghi in cui arriva con un occhio molto soggettivo. Non c’è un possibile commento a tutto quello che vediamo, rimangono in noi delle sensazioni. Tutto ciò che posso dire è che i miei occhi, ogni volta che arrivo qui, cercano di dare un volto ai molti racconti ascoltati nelle lunghe sere d’inverno, storie di uomini e donne originari di questa terra.

La conversazione

Grumento Nova. Basilicata.

Fermo davanti alla porta, mi racconta chi è.

Raffaele ha chissà quanti anni. Si muove lentamente. La coppola rossa contorna il viso che mostra i segni della fatica sostenuta, le mani sono grandi, muscolose, le gote rubizze. Seduto nel suo furgoncino verde aspetta il passare delle ore, si assopisce al primo sole di primavera, ogni tanto parla con qualcuno.

Nel frastuono generale della giornata di festa, mi avvicino, lo osservo, lui mi guarda. Gli dico che è molto bello, sorride.

“Da dove vieni?” mi chiede incuriosito
“Firenze”
“Da Firenze??” mi risponde incredulo, poi un lampo negli occhi mi fa capire che lui, Firenze la conosce.
“Aspetta, aspetta, mio figlio ha lavorato a Firenze, al ristorante Ponte Vecchio”.

 

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Man mano che il racconto prende corpo, Raffaele, riprendendo a fatica i suoi ricordi, narra di una vita trascorsa a viaggiare su e giù per l’Italia, per trasportare vino e prosciutti. Quasi un rocambolesco baratto. Nelle sue parole, tutta la fierezza della dedizione al proprio lavoro e alla costruzione di qualcosa di importante. E adesso, il solo desiderio di una vecchiaia serena, nella sua terra, bellissima  come lui.

Raffaele mi parla, in ogni suo gesto, del ritorno alle origini, necessario forse alla fine dell’immenso e tortuoso percorso dell’esistenza umana. Mi proietta gentilmente in un futuro di quiete, al riparo dalle intemperie.

Un gruppo di donne parla attorno ad un tavolo, lui se ne sta in disparte, le segue con lo sguardo. Chissà cosa pensa. Mi dico che e’ contento, probabilmente, di essere lì.

Lo saluto. Me ne vado con il suo ricordo ben impresso nella mente e con la sensazione che, in pochissime parole, semplici come la sua persona, abbia saputo sintetizzare molto del senso più profondo della vita.

Grazie Raffaele.

Pietra del Pertusillo

Val d’Agri. Basilicata.

Le dighe mi hanno sempre affascinato. Sono maestose, imperturbabili, staticamente perfette. Delle vere e proprie opere di alta ingegneria.

Il mio amore per queste strutture è innato, come del resto la mia passione per tutto ciò che costituisce una sfida ad alto potenziale.

All’interno della Val d’Agri,sito di straordinaria bellezza, il forestiero impegnato nel suo percorso conoscitivo incontrerà certamente il Lago di “Pietra del Pertusillo”, le cui sponde lambiscono ben tre comuni del potentino, Montemurro, Grumento Nova e Spinoso. L’estensione dello specchio d’acqua, a perdita d’occhio fra le sinuose insenature, lascia facilmente intuire la quantità di acqua che è in grado di raccogliere.

La denominazione, non casuale, deriva dalla località montemurrese omonima, dove un tempo il fiume Agri scorreva fra due rocce.

Quella della Diga del Petrusillo è una storia tutta italiana, testimonianza di uno sviluppo avvenuto in un tempo lontano, altro da noi.

Un tempo in cui il controllo dei corsi d’acqua voleva dire industria, agricoltura, servizi per tutti.

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Costruita fra il 1957 ed il 1962, gli stessi in cui veniva realizzata la grandiosa Diga del Vajont, la Diga del Pertusillo segnò il passo nella distribuzione dell’acqua e dell’energia elettrica per Puglia e Basilicata. La possibilità di irregimentare il corso delle acque dando vita ad un bacino artificiale di una tale portata (155 milioni di metri cubi d’acqua, incommensurabile per la mente umana) fu una vera rivoluzione.

La portata e grandiosità di questa opera di invaso è chiaramente visibile nella valle e nelle pianure che si estendono in direzione del territorio pugliese. Qui, le chilometriche tubazioni si ergono ancora oggi a silenziose rappresentanti di una passata volontà comune.

La sensazione è quella della bellezza e della competenza tecnica.

L’arte del “saper fare” è ancora qui, occorre riscoprirla attraverso un nuovo e concreto pensiero comune.